Camminando col fotografo

 di Tiziana Piccioni 

Accompagno Andrea in uno dei suoi primi giri a Porto Marghera. Camminiamo in mezzo ai cumuli di neve di pioppo sui marciapiedi, tra il riverbero di fuoco del sole che picchia su asfalto e cemento e lo stridio dei camion in manovra, tra sfarinati nelle narici e salso di laguna sul palato. Ce ne andiamo vagando così: Andrea dotato di strumentazione fotografica e io concentrata sul fotografo, lui assalito da una moltitudine di stimoli, tra i quali fare ordine e discriminare, e io di tanto in tanto attratta da oggetti abbandonati qua e là, ai quali tento di fare resistenza: oggi voglio seguire il fotografo, e con discrezione. È sua, però, la vera discrezione: di un genere che spiazza, specie se consideri che è lì per fotografare.

Dice di essere felice, ma spaesato; a me, però, spaesato non sembra affatto. Mi pare, anzi, che egli diventi tutt’uno con le cose, inserendosi ora in una ed ora in un’altra piega della scena, di cui a poco a poco diventa parte, tanto che il gesto fotografico risulta nascere proprio da lì dentro, come necessario. Forse, però, è così che funziona, quando funziona; non ne so molto, non ho esperienza di frequentazioni con fotografi, e di Andrea conoscevo più che altro la produzione, una buona parte.

Se faccio mente locale sui suoi lavori, penso al bianco e nero, al taglio orizzontale, alle danze di ombre e luci, al particolare che prende vita nelle visioni d’insieme, al ruolo cruciale degli elementi non centrali dell’immagine, all’attenzione sulla materia e, ancora, a quei contesti ricostruiti in percorsi composti di più immagini, le quali realizzano un racconto che ha tutta la vibrante forza della vicenda individuale e tuttavia la saggezza del punto di vista che sa di essere uno fra altri, solo uno possibile, però scelto, voluto, pensato, in quanto occasione, ogni volta unica, d’incontro. Se penso al lavoro di Andrea Repetto mi sovviene un senso di trasporto forte, poi un invito insistente a situarmi proprio lì e la possibilità di mescolarmi a quella narrazione densa, fatta di immagini che sono quanto mai attive, producono cioè azioni, giocando tra presenza e assenza, tra vicinanza e lontananza, tra ciò che rientra sotto il dominio dei sensi e ciò che l’oltrepassa.

Come ci ricorda Howard S. Becker in “Photography and Sociology”, del 1974, e come Andrea si trova in più occasioni a sottolineare, l’immagine che il fotografo produce dipende molto dalle sue “tradizioni professionali e condizioni di lavoro”, ma anche dalla “sua teoria su ciò che sta guardando, dalla sua comprensione di cosa sta investigando”. Il processo di costruzione delle immagini include, oltre a fasi di produzione in senso stretto, fasi preparatorie che per Andrea significano studio, conoscenza, da diversi punti di vista, artistici, scientifici, di senso comune. È un processo che si snoda da un progetto che prevede, poi, momenti di restituzione come irrinunciabile ampliamento del dialogo: da quello tra sé e le situazioni che fotografa a quello che include anche coloro che Andrea ama chiamare “lettori”, pensando a un pubblico più o meno attento al quale offrire un giro oltre i luoghi comuni, pur senza alcuna evasione dai contesti concreti.

Soprattutto, però, il processo attraverso cui si arriva all’immagine fotografica, del quale Andrea ama sottolineare l’aspetto di selezione e di perfezionamento che concerne la parte di lavoro che potremmo definire di laboratorio, è un processo trasversale alle varie esperienze non solo del fotografo ma dell’uomo in toto, sempre intrise di quell’osservare il mondo, spesso vagabondando, come fa il flâneur baudelairiano, per usare una figura che ad Andrea piace molto. Gli è capitato più volte di rappresentarsi, nelle nostre conversazioni, prima che come fotografo, come persona che ama muoversi tra ambienti differenti, ricercando un rapporto profondo coi luoghi e coloro che li abitano, in una dimensione dove i tempi sono dilatati, i ritmi non sono dati, i percorsi si ramificano e costruiscono lo straordinario dal consueto. 

Andrea non ama molto parlare di sé in chiave diacronica, dei suoi 30 anni di esperienza, ricchi di frequentazioni artistiche e di genuina ricerca; parla volentieri, invece, di quello che sta facendo ora e di come lo sta facendo, quindi della fotografia e del rapporto con altre discipline, della complementarietà tra i diversi modi di guardare il mondo…. Così mi racconta di quella parte del suo attuale lavoro che, per economia di parole, tra noi chiamiamo fotografia di loisir: immagini da situazioni di tempo libero ovvero, come egli dice, “eventi d’ arte o comunque momenti di… divertimento, ma pubblici”.

Parla dunque del gioco di scena e retroscena, dandomi ancora una volta la misura di quanto la sua attività d’osservazione sia vicina a quella dello studioso di scienze sociali che va sul campo. Egli si muove “in mezzo alla gente, mescolandosi tra essa, facendone parte; ma lo spettacolo vero e proprio non è solo quello che si svolge sull’ eventuale palco, ma qualche metro più indietro, cioè considera il pubblico come parte della scena […]. La scena, cioè il luogo dove si svolge l’azione, non viene definita in maniera assoluta da colui che ne sarebbe il protagonista principale, perché è il backstage, cioè tutto quello che accade intorno ed è legato al fatto stesso, a definirlo di volta in volta”.

La parte d’intervista da cui è tratto lo stralcio appena riportato è interessante perché, oltre a dire qualcosa sui criteri che trasformano taluni aspetti del mondo in soggetti fotografici privilegiati da Repetto, mette in evidenza un fenomeno sociale al quale non avevo prestato prima d’ora molta attenzione. In queste situazioni di loisir i partecipanti al pubblico mostrano di gradire d’essere fotografati, analogamente agli artisti di turno. Secondo l’esperienza di Andrea quel che in prima istanza accade è che il gesto fotografico promuove ad attore chi faceva parte del pubblico: tale passaggio di stato avviene proprio in virtù dell’essere parte del pubblico, e di un particolare pubblico, che partecipa a un determinato evento. Si tratta, in seconda istanza, di quell’essere su una ribalta da parte di soggetti riflessivi, consapevoli di esservi. Possiamo ipotizzare che in questo modo essi adottino una sorta di tattica per rivendicare un ruolo attivo – nell’evento, ma forse non soltanto -, un proprio posto nello spazio pubblico. Non è il caso, però, qui di azzardare ipotesi interpretative sul mondo; limitiamoci ad una evidenza: l’intervento fotografico lascia emergere quelle che chiamerei, rifacendomi alla tradizione sociologica, rappresentazioni del sé in pubblico. Ecco allora che la presenza del fotografo non opera semplicemente quelle modificazioni del campo che qualsiasi osservatore opera. Qui tali modificazioni acquistano una valenza peculiare, perché nell’immaginario comune la fotografia registra ma anche diffonde, presentifica e amplifica, tanto più se si tratta di fotografia di eventi. Il fotografo, dunque, non solo ci rappresenta la propria comprensione di come identità individuali si raccontano attraverso gesti, sguardi, postura, prossemica, abiti e quant’altro l’occhio può cogliere, egli anche costruisce contesti privilegiati per lo studio del mondo sociale.

 copertina festival

 

 

il libro si può sfogliare:
http://issuu.com/andrea_repetto/docs/incontemporanea
 

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