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Il ruolo del fotografo di paesaggio, naturale, antropizzato od artistico, è cambiato radicalmente nel corso degli anni.
Volendo semplificare al massimo, si potrebbe dire che una “fotografia interessante e ricca di contenuti” si è sostituita alla “bella fotografia”, chiara ed inequivocabile, di un tempo. Secondo questa affermazione sembrerebbe che l’ estetica ed il gusto siano stati dimenticati a favore di un linguaggio essenziale e povero, ma non è affatto così.
Da sempre la fotografia ha occupato un ruolo fondamentale nella conoscenza, oltreché nella documentazione, del paesaggio, in tutte le sue forme. L’ idea di fotografia nell’ ottocento era pressappoco quella di “uno strumento straordinario, capace di restituire somiglianza a qualunque soggetto rappresentato”, un mezzo che chiunque avesse la capacità per utilizzarlo, poteva giungere al risultato di una fotografia, senza bisogno di esprimere nulla di proprio, solo seguendo scrupolosamente le “istruzioni per l’ uso” necessarie.
Lo scopo della fotografia era proprio quello di riprodurre la somiglianza, di renderla facilmente trasportabile e quindi ampiamente divulgabile. L’ esempio italiano più calzante è quello dello “stile Alinari”: immagini nitidissime, di grande qualità, tecnicamente ineccepibili, ma caratterizzate da un unico e ripetuto punto di vista, centrale quanto assolutamente impersonale. È logico che in assenza di precedenti esperienze visive, il riferimento, soprattutto nel caso dell’ architettura e del paesaggio, poteva essere trovato nel disegno, al limite nella pittura. All’ epoca, infatti, la fotografia aveva solo pochi anni di vita ed il bagaglio culturale necessario al fotografo era di natura tecnica e chimica. A questo genere di fotografia viene riconosciuto un alto valore documentario, che esalta la monumentalità dei soggetti e diventa, con l’ Istituto Luce fondato nel 1922, un mezzo di propaganda politica. Solo nel dopoguerra il fotografo inizia lentamente a smettere i panni dell’ esecutore per vestire quelli dell’ interprete, mentre l’ Italia diventa un luogo di estremo interesse per importanti fotografi stranieri, uno per tutti Paul Strand, che realizza a Luzzara “Un Paese”, con i testi di Cesare Zavattini. Negli anni ’60 e ’70 la fotografia segue principalmente due direzioni: la cronaca e la sperimentazione ad ogni costo, che tocca solo il piano tecnico e non quello espressivo.
Quella che potremo definire “storia moderna” inizia poco più che vent’ anni fa, con la consapevolezza di avere a disposizione uno strumento per osservare, analizzare e capire, ma anche per recuperare un rapporto diretto e personale con le cose ed i luoghi, lasciando alle spalle lo stereotipo e la “cartolina”. Un grande progetto corale, “Viaggio in Italia”, ideato da Luigi Ghirri, ha cementato un’ interesse condiviso, allora, da una ventina di fotografi ed uno scrittore. Nel 1984 questo progetto diviene un evento espositivo senza precedenti. Contemporaneamente, in Francia, la Mission Photographique de la DATAR richiede a fotografi di diversa provenienza, soprattutto culturale, di rappresentare ambienti specifici con la massima libertà creativa. Questo modello di campagna fotografica riscuote notevole successo e da allora viene preso come punto di riferimento.
Al fotografo viene, finalmente, chiesto di confrontarsi con il proprio soggetto, ovvero con il paesaggio, di esprimere attraverso le immagini il personale punto di vista, offrendo differenti chiavi di lettura dei luoghi, conservandone comunque le caratteristiche.
Anche le motivazioni della committenza sono cambiate. Mentre prima si chiedeva di caratterizzare un luogo, di esaltarne la bellezza, di creare un documento in vista di una probabile mutazione, oggi l’ oggetto della fotografia è il cambiamento stesso del paesaggio, la direzione verso cui si orienta, le suddivisioni del territorio che la geografia non è più in grado di descrivere, come i non-luoghi, le nuove periferie, le aree dismesse, o i nascenti insediamenti commerciali privi di qualsiasi identità.
In questa fotografia il soggetto non è più decontestualizzato, ma viene rappresentato all’ interno della propria realtà. Il fotografo dapprima ricercava elementi di sensazione in ciò che si potrebbe definire “straordinario”. Oggi guarda in maniera più profonda, tiene in maggior considerazione i particolari, i segni, il quotidiano, per scoprire ciò che può essere sensazionale proprio nell’ “ordinario”.
Definita questa esigenza di soggettività della fotografia, in questi ultimi anni si è assistito ad una continua evoluzione, ad un sempre maggior impegno da parte del fotografo, esplorando nuove forme di espressione ed ampliando i confini della narrazione.
Oggi è impensabile svolgere una ricerca su una qualsiasi porzione di territorio limitandosi al solo paesaggio, senza tenere in considerazione proprio le persone che ne fanno parte, che ne hanno vissuto i cambiamenti, piuttosto che la conservazione od il degrado, persone che rappresentano un luogo, proprio perché a quel luogo è legata una loro esperienza e non possono, quindi, demandare questa funzione ad altri. Ciò spiega l’ importanza di comprendere, all’ interno della definizione “fotografia di paesaggio”, due generi irrinunciabili, che fino a non molto tempo fa sembravano non appartenervi: il reportage, ovvero il racconto dell’ attività svolta dall’ uomo in un luogo specifico ed il ritratto, ovvero la collocazione dell’ uomo medesimo all’ interno del proprio ambiente.
L’ obiettivo di una campagna fotografica contemporanea è divenuto quello di fornire al fruitore delle immagini un’ ampia panoramica delle molteplici realtà.
Alla fotografia è stato attribuito un elevato valore culturale, non svolge più funzione di censimento, ma conserva e perfeziona il proprio scopo: catturare l’ attenzione dell’ osservatore, comunicare con lui offrendo il maggior numero di informazioni possibili, siano esse culturali, storiche, sociali.

Andrea Repetto
(da Liberazione della domenica / Queer del 27/03/2007)

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