LA OVADA DI ANDREA REPETTO PER REIMPARARE A GUARDARE di Marco Grassano

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Non sono un esperto di fotografia; le riflessioni che propongo derivano dallo studio dell’opera del grande fotografo emiliano Luigi Ghirri, che ho conosciuto grazie all’amico Vittore Fossati.
Partiamo dalla parola “stupore”: la capacità di sorprendersi (di fronte a qualcosa) che si ha da bambini e da adolescenti.

Può sembrare un paradosso, ma la cosiddetta “civiltà dell’immagine” ha seriamente compromesso la nostra facoltà di vedere e percepire il mondo, ha operato una corruzione della percezione. Scriveva Ghirri: “Mai come oggi l’uomo è travolto dalle immagini, e mai come oggi queste gli dicono poco. L’uomo è talmente saturo che non sa più provare emozioni”.

Ecco allora che occorre recuperare lo stupore di uno sguardo che osserva le cose “come se fossero per la prima e l’ultima volta”, che si meraviglia anche solo del miracolo della luce, ecco che occorre ripristinare la visione magica e straniante dei (nostri) primordi. Viene in mente una citazione di Jim Morrison: “Amo gli adole-scenti perché tutto quello che fanno lo fanno per la prima volta” (il riferimento non è arbitrario: il musicista americano aveva preso il nome del suo gruppo, “The doors”, da una frase di William Blake citata spesso anche da Ghirri: “Se le porte – if the doors – della percezione fossero ripulite, le cose sembrerebbero senza fine”). Morrison è morto a ventisette anni, io ne ho ormai pressoché il doppio, e perciò amo di più l’adulto, o il quasi anziano come me, che reimpara ad affrontare le cose con l’entusiasmo di un adolescente, ma con ben altra consapevolezza del loro valore, della loro importanza.

Come farlo? Se l’uomo riesce a scoprire nel mondo solo quel che ha dentro di sé (ossia riesce a “leggere” ciò che lo circonda solo in virtù delle connessioni sinaptiche che si sono attivate in lui), ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé (è l’esperienza della realtà che, nell’essere umano, attiva gran parte delle sinapsi), si innesca un circolo vizioso, uno sguardo paralizzante, senza via d’uscita. Può soccorrere allora la fotografia: momento di pausa e di riflessione attraverso il quale vengono riattivati i circuiti dell’attenzione che la velocità dell’esterno aveva fatto saltare. Fotografare il mondo è un modo per comprenderlo. L’immagine fotografica è anche un momento sospeso, una pausa tra la stasi e il movimento, un punto catturato e fissato nel flusso di un Tempo che si avvolge in modo spiraliforme su se stesso col succedersi delle ore e delle stagioni, ma che non si ripete mai identico: come il fiume di Eraclito, nel quale non si può entrare per due volte. La mia esperienza nell’osservare il monte Giarolo, in val Curone, me lo conferma: l’aspetto è sempre nuovo, per un leggero mutamento nel taglio della luce, per la conformazione delle nubi, per una lieve sfumatura nell’insieme dei colori… Ghirri fotografa il Palazzo Ducale di Sabbioneta, e commenta: “È qualcosa di irripetibile, una luce rosata come questa sui muri del palazzo non si ripeterà più”.

Wim Wenders definisce la fotografia “un ultimo sguardo sul mondo”. Secondo lui, le opere d’arte nascono desiderando che qualcosa esista e lavorando finché questo qualcosa esisterà, “mettendosi subito in moto, in direzione di quel bagliore, nella speranza di non perdersi per strada o di smarrire il desiderio iniziale, o di tradirlo”. L’arte fotografica è dunque un viaggio che parte dal desiderio di risve-gliare, tramite la magica finzione del doppio, lo stupore dello sguardo, “di quando il bambino era bambino”.

Finzione del doppio, o scarto percettivo del doppio sguardo: il sottile fascino della doppia visione che si ha quando si osserva una fotografia, la seduzione della differenza che esiste tra la cosa “reale” e la cosa fotografata.
Come annota Ghirri, “La fotografia non è pura duplicazione o un cronometro dell’occhio che ferma il mondo fisico, ma un linguaggio nel quale la differenza tra riproduzione e interpretazione, per quanto sottile, esiste, e dà luogo a una infinità di mondi immaginati”, e ancora: “Così, guardando prima nel mondo, poi sull’immagine finale, si manifesta la meraviglia del gesto che si compie, e si scopre in un paesaggio, in un punto dello spazio, un attimo della vita o un leggero mutamento della luce, la possibilità di una nuova percezione”.

Ci sono alcuni versi di Bob Dylan (Ghirri era un fervente dylaniano; personalmente, ascolto di più Leonard Cohen – e Guccini, in casa nostra…) presi dalla sua poesia “Last Thoughts On Woody Guthrie”, “Ultimi pensieri su Woody Gutrie”, che sembrano proprio alludere a questo ruolo “rivelatore” della fotografia:
“You need something to open you a new door
To show you something you seen before
But overlooked a hundred times or more
You need something to open your eyes…”
(Hai bisogno di qualcosa che ti apra una nuova porta, che ti mostri qualcosa che hai già visto prima ma sul quale hai gettato anche più di mille volte solo uno sguardo distratto, hai bisogno di qualcosa che ti apra gli occhi…). Insomma, si tratta di trasformare il guardare in vero vedere, per cogliere un “invisibile” che non è lo sconosciuto, il mai visto, ma l’aspetto che ci è invisibile nelle cose e negli oggetti che abbiamo davanti, e che si nasconde nei meandri – o nei limiti – della nostra percezione.

Ovada è senza dubbio una delle cittadine più fascinose del territorio provinciale alessandrino. Rispetto alla signorilità quasi dogale di Novi, riprende alcune caratteristiche urbanistiche di una Liguria interna, una Liguria collinare, verticale, arcaica, che è forse quella meno conosciuta e più autentica. Il vico Buttà (qui alle pagine 46-47) rima visivamente coi carruggetti coperti di Soldano, Dolceacqua, Apricale, Rocchetta Nervina. Il labirinto spaziale in saliscendi del centro antico corrisponde al labirinto temporale della sua storia, lunga e ricca di vicende. Il giallo solare delle meridiane rimanda alle laconiche sentenze di tanti “orologi solari” liguri sul persistere della materia a fronte della precarietà della vita umana: “Meam noscis, tuam nescis” – “La mia la conosci, la tua non la sai”; “Vulnerant omnes, ultima necat” – “Tutte feriscono, l’ultima uccide”.

Su una materia visiva così interessante (almeno, dal mio punto di vista…), Andrea Repetto agisce da vero maestro, cercando in ogni scatto un punto di equilibrio tra la propria soggettività e i dati dell’esterno, e dando l’impressione di vede-re ogni cosa che è già stata vista come se non la si fosse vista mai. Ci fornisce una serie di luoghi a misura d’uomo, da contrapporre all’identità arida, deserta di tanti “non luoghi” della globalizzazione planetaria (e chi se ne frega dei grattacieli di Dubai City – esibizioni un po’ da Rocco Siffredi dell’architettura! – o degli stucchevoli villaggi turistici di Sharm el Sheikh…). Rintraccia, girando per Ovada, il “genius loci”, lo spirito che ancora abita lo spazio scenografico delle piazze e delle strade determinandone il fascino discreto. Dimostra di aver capito il senso di un’architettura che a sua volta aveva capito la vocazione del luogo sul quale doveva sorgere. L’Ovada delle sue foto è – tranne che per il gruppo musicale e il mercatino dell’antiquariato, o per l’allusione “tecnologica” di una bicicletta e di alcune automobili – una città deserta, quasi un appartamento che non avesse più, o non ancora trovato, i suoi inquilini. Alcune immagini (penso ai notturni delle pagg. 40, 41, 50, 51…) ci danno quel senso di solitudine, di acuta malinconia che proviamo considerando la distanza interposta tra noi e un possibile mondo di semplice serenità: illusoriamente a portata di mano, ma irraggiungibile.

I colori degli spazi verdi “intra moenia”, dei giardini all’interno delle mura cit-tadine, costituiscono un “corridoio ecologico” che ricollega ai paesaggi esterni e alle “terre da vino” delle sezioni successive. Come insegna Eugenio Turri, “paesaggio” rimanda a “paese”, che a sua volta deriva dal latino “pagense”, ossia spazio occupato dai “pagi”, dai villaggi (anche “pagano” ha la stessa etimologia…). Il termine allude quindi a un territorio segnato dalla presenza dell’uomo e dalla sua capacità di costruire ambienti alla misura delle proprie esigenze: ecco dunque, in questo libro, il calore domestico, familiare dei piccoli sobborghi e delle frazioni, la geometria calibrata dei filari di vigna (come delle ragnatele di pampini) sui quali si riflette il trascolorante ciclo delle stagioni, le chiesette e le cappelle perse nella campagna o in un bosco. Ma nelle ultime pagine, la presenza umana compie un ulteriore passo indietro, e ci lascia a contemplare l’apparizione furtiva della volpe e del capriolo, gli esercizi ginnici del cormorano atterrato su un sasso, il silenzio riflessivo del merlo acquaiolo, il volo lento dell’airone cinerino… una sorta di piccolo Eden terrestre, un Eden quasi domestico, “a due passi dal centro”, come dice l’Autore, simile a certe “zone della memoria” che ci riportano alla nostra infanzia…

Grazie ad Andrea Repetto per questo suo lavoro, e grazie anche alle edizioni Il Piviere per avercelo reso accessibile.

Marco Grassano – © 2012

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