il Museo San Rocco

Sta per uscire la versione on line de “Il privilegio del fulmine“, il volume che racconta la grande mostra di Francesco Arecco che si è tenuta a Trapani… quindi… iniziamo a svelare innanzitutto il luogo…

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Da oratorio a museo, il passo sembra breve

È indubbiamente complessa la storia dell’Oratorio di San Rocco, nel cuore del centro storico di Trapani. Nato come un luogo di cura spirituale ritorna – in chiave moderna – alla sua antica funzione.

Nei pressi dell’ospedale Sant’Antonio (oggi Palazzo Lucatelli), al tempo della peste del 1574, la cappella privata della nobile famiglia Di Ferro fu donata ai Terziari Regolari e più precisamente al priore Michele Burgio, a condizione che non ne cambiassero mai la dedicazione a San Rocco, santo francescano, taumaturgo degli appestati.
Come ci ricorda mons. Liborio Palmeri, rettore del San Rocco e direttore degli spazi museali della Diocesi di Trapani, nel 1589 alcuni frati scalzi, sottoposti alla regola del Terzo Ordine Francescano, dopo aver occupato alcune case intorno ad esso, si dedicano all’oratorio, cominciando a trasformarlo in una vera e propria chiesa e contemporaneamente costruiscono il loro convento, per svolgere più agevolmente il servizio di cura spirituale degli ammalati.

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Così iniziò il progetto di ampliamento nell’area retrostante dei magazzini della dogana, per consentire a tutti i confratelli di trasferirsi in città dal convento di Martogna, alle falde del Monte Erice. I lavori furono completati nel 1653 e in questa occasione la chiesa fu arricchita da pregevoli opere pittoriche e scultoree.
Verso la fine del settecento la chiesa di San Rocco viene ricostruita, secondo il progetto dell’architetto don Paolo Rizzo, con l’imponenza di dodici nuove colonne, nove altari e numerosi dipinti, tra cui la Vergine e S. Girolamo di Vito D’Anna, il San Rocco della scuola di Carrocci, la Sacra Famiglia di Domenico La Bruna e, nella volta della sacrestia, l’Assunta della scuola del Domenichino.

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Nel 1866 lo Stato, con la soppressione degli ordini religiosi, incamera il bene e lo cede in uso all’Amministrazione Provinciale, che, nel 1878, lo trasforma inizialmente in Ufficio Provinciale delle Poste. Il bombardamento della seconda guerra mondiale distrusse il convento e la chiesa, con la perdita dell’abside e del transetto (attuale via Carlo Guida). Forse allora la chiesa fu tagliata da un solaio per la creazione di un primo piano ed arricchita di un secondo piano. Ma ormai le vestigia esterne sono compromesse, si vede invece un palazzo, dove la Provincia insedia l’Ufficio di igiene e profilassi, nonché varie scuole: il “Calvino” e qualche classe del Liceo Classico, oltre ad uffici comunali e l’uso per attività culturali ed artistiche nell’androne. Infine, nel 1959, l’edificio viene restituito all’Autorità Ecclesiastica.

“Ed eccoci, ora San Rocco ritorna ad essere chiesa – prosegue mons. Palmeri – con le sontuose colonne del settecento incastrate nelle mura del palazzo e con le dimensioni del primitivo oratorio; ma, nel tempo ha mantenuto tre caratteristiche: curare (con i francescani, con l’ufficio di igiene e profilassi), istruire le menti (con le scuole), stupire (con l’arte). Curare, istruire, stupire l’anima, ecco la missione di S. Rocco!”

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La storia dei nostri giorni, invece, passa attraverso le fasi di un gradevole ed intelligente restauro, curato dall’architetto Giuliano Tilotta, che ha restituito alla collettività un luogo davvero unico nel suo genere.
Il Museo fa rete con il DiART – Collezione Diocesana Arte Religiosa Trapani, che ha sede nel Palazzo del Seminario Vescovile e la cui area espositiva sfiora i 1.500 mq, con opere di più di 130 artisti provenienti da 22 Paesi. Il Museo San Rocco, quindi, nel cuore della città, ricopre un ruolo interessante nel panorama nazionale e internazionale dell’espressione e della sperimentazione artistica e del dialogo culturale.
Custodisce opere di Carla Accardi, Turi Simeti, Claudio Oliveri, Rita Siragusa, Adrian Paci, Alberto Gianquinto, Jung Uei Jung, Min Jung-Kim, Marco Papa, Alberto De Braud, Melania Comoretto, Giovanna Bolognini e molti altri, oltre alle varie esposizioni temporanee che vi si susseguono nel tempo, inserite in uno spazio di ineguagliabile suggestione.

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L’edificio ha inoltre ritrovato la sua natura di luogo di culto; l’atrio è stato ripristinato e trasformato in un oratorio, circondato dalle sale espositive allestite dalla vice direttrice Maria Pia Adamo. Questa duplice identità, religiosa e artistica, convive in un luogo che nella sua nuova funzione di Polo Museale Interdisciplinare racchiude un’esperienza al contempo estetica, catechetica e didattica.

Un vero e proprio centro per la ricerca, le arti e il dialogo culturale e per la promozione della cultura artistica contemporanea, “un ponte tra il sacro e la laicità e soprattutto una chiesa per i giovani”.

Andrea Repetto

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Museo San Rocco
Via Turretta, 12, 91100 Trapani

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arte contemporanea

Segnalo l’uscita di due mie pubblicazioni dedicate all’arte contemporanea:

“Opposte similitudini” di Valdi Spagnulo e Attilio Tono  –  abbazia di San Remigio in Parodi Ligure (AL)

 

opposte similitudini

 

Francesco Arecco 1, 2, 3 – catalogo della mostra alla Fondazione Vittorio Leonesio di Puegnago del Garda (BS)

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francesco arecco 1, 2, 3

fotografia per l’arte contemporanea

la mia fotografia al servizio dell’arte contemporanea e alla sua divulgazione

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fotografia per l’arte contemporanea

GIBELLINA CITTA’ RESILIENTE, progetto fotografico di Andrea Repetto a cura di Giorgia Salerno

Nel gennaio del 1968 la valle del Belìce viene sopraffatta da un violento terremoto, distruggendo quasi interamente la città di Gibellina la notte del 14.
Tutto quello che accade dopo è il tentativo di una rinascita della città di Gibellina per volere di Ludovico Corrao che ne fu sindaco e promotore. Attraverso un appello inviato alla comunità intellettuale internazionale, Corrao, invoca aiuti concreti per Gibellina. Nel corso degli anni, artisti e architetti giungono nella cittadina del Belice per donarvi un omaggio, per progettare e ricostruire i luoghi distrutti, operazione che, anche sotto il profilo economico, vide svariate lotte parlamentari.
La realizzazione delle opere d’arte fu quasi in gran parte autofinanziata dagli artisti e resa possibile solo grazie alla collaborazione degli abitanti. Lo Stato, infatti, proibì l’uso di fondi pubblici per le opere d’arte e grande fu la critica mossa a Ludovico Corrao per la sua ardua impresa. In pochi compresero la connessione fra le opere d’arte e la ricostruzione della città, l’importanza di una rinascita e collaborazione fra il mondo della cultura e quello rurale dei contadini, oltre all’esigenza di coinvolgere lo Stato intellettuale e fare di Gibellina la prima città d’arte in Italia.

Ventuno anni dopo, circa, tra il 1989 e il 1990, Gibellina, ricostruita a valle, ospita quattro fotografi che si confrontano sulla lettura della città nuova, che in parte si presentava ancora come un cantiere aperto e baluardo di una possibile e concreta rinascita.
Mimmo Jodice, Guido Guidi, Rossella Bigi e Giovanni Chiaramonte mostrano quattro differenti visioni di Gibellina, ognuno con una propria interpretazione che da vita al testo Gibellina utopia concreta.
Mimmo Jodice e Rossella Bigi scelgono il bianco e nero per loro fotografie.
Jodice ci racconta la fase di transito nel rapporto fra le nuove architetture e gli abitanti di Gibellina (e la loro quasi ritrovata serenità) che vivono fra i cantieri degli edifici ancora in costruzione. La vita prosegue comunque, sembrano comunicare le sue fotografie dei panni stesi, dinanzi all’ancora in costruzione Meeting di Consagra e l’intimità dell’interno di un appartamento.
Il suo è un doppio sguardo su Gibellina, quello degli abitanti su una terra in rinascita e una visione più esterna, come quello dell’artista Beuys che ripercorre i luoghi della tragedia alla ricerca di una natura simbolo di immortalità.
Rossella Bigi si avvale di una visione più intima ed estetizzante. Il suo sguardo è nella maggior parte dei casi decentrato, quasi come un volersi mettere da parte, per dar spazio ai nuovi luoghi della Gibellina riscostruita. La sua è una Gibellina fatta di persone e edifici abitati, di una quotidianità normalizzata mostrata dai ragazzi che proseguono nelle loro attività, come l’andare a scuola e il giocare a calcio o dal contadino che lavora la terra fino al dettaglio di una bilancia per la vendita della frutta. Non a caso il titolo del suo report fotografico è Riti di fondazione portando alla luce la ritualità di una classica quotidianità di un piccolo centro.
Guido Guidi e Giovanni Chiaramonte, invece, impiegano entrambi l’uso della fotografia a colori.
Guidi sceglie di fotografare le macerie e l’incuria nella quale versa Gibellina in ricostruzione.
Il colore è livido e plumbeo. I suoi sono scorci di una terra che a vent’anni dal terremoto ancora è in attesa di compimento. Un cantiere a cielo aperto, dimenticato anche dai suoi abitanti, abituati ormai alla sua incuria. Nella maggior parte delle immagini di Guidi non ci sono individui ma solo edifici in costruzione e attrezzature industriali.
Al contrario Chiaramonte predilige i colori di una giornata assolata.
Giochi di simmetrie e piani in movimento, raffronti fra elementi artificiali e naturalistici sono le sue caratteristiche.
Si intravede un arcobaleno, una pianta di basilico in mezzo alle sterpaglie, un accenno di rigogliosa natura e uno scorcio di una scala che conclude in una apertura di cielo. E’ una Gibellina speranzosa, in costruzione, in attesa di una nuova luce.

Oggi a venticinque anni dalla pubblicazione di Gibellina, utopia concreta, Andrea Repetto omaggia Gibellina con una sua rilettura fotografica del testo del 1990, donando una connotazione forte alla città distrutta e riscostruita: Gibellina città resiliente.

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Repetto dà inizio al suo progetto fotografico con una visione notturna, una panoramica dall’alto della città nuova, dove spicca, fiera e illuminata la ‘Stella’ di Consagra, simbolo del trionfo di Gibellina e della sua rinascita e dell’intera valle del Belìce. E’ il simbolo di una vittoria, di una città che venne rasa al suolo proprio di notte, mentre ignari i suoi abitanti vi dormivano.
Repetto nella sua lettura, con rispetto ed ammirazione, riesce a fotografare il silenzio che oggi, a distanza di quasi cinquanta anni da quelle urla che sconvolsero l’intera valle del Belìce, appare come un dono da salvaguardare e la gratificazione di una terra ferita che mai potrà dimenticare.
Sceglie poi l’alba come sfondo della città, non a caso l’inizio di un nuovo giorno, di una nuova luce: è la narrazione di una rinascita.
Una Gibellina ancora assopita che con lentezza si accinge al suo risveglio.
Le luci che illuminavano in notturno la città diventano più fioche per dar spazio alla luce naturale.
E’ quasi giorno, una finestra aperta a metà, il sole sta per tornare su Gibellina.
Le sculture di Consagra sono lì, come se lì fossero sempre state, si mescolano e mimetizzano alle case abitate ancora dormienti. In tutta la loro verticalità, fiorenti, nella lettura del fotografo, dialogano in una danza con le opere di Carla Accardi, pronte ad affrontare un nuovo giorno.
Il progetto fotografico di Andrea Repetto è una puntuale testimonianza del grande operato della ricostruzione di Gibellina. Con grazia e maestria rilegge le opere scultoree e architettoniche di una città che fu interamente ricostruita dal nulla ponendo uno dei principali problemi della sua rifondazione: la memoria.
Lo stesso Corrao intervenne su come sarebbe stato possibile architettonicamente conservare la memoria di una terra distrutta e da ricostruire interamente in un altro luogo. La scelta dunque fu drastica e dopo anni di baraccopoli si optò per case più grandi e dotate di ogni comodità che i contadini nella città vecchia non erano abituati ad avere. Gli stessi cittadini furono i costruttori delle proprie case, diventando la forza manuale cui si deve la città nuova.
Le vie si allargarono e riscossero un grande successo nei cittadini di Gibellina, molti dei quali dopo il terremoto avevano abbandonato la propria terra e vi avevano fatto ritorno solo molti anni dopo.
Lo Stato, infatti, dopo la tragedia del terremoto offriva navi per fuggire altrove, in Australia, in Venezuela. La sfida era restare a Gibellina contro ogni speranza, ricordava lo stesso Ludovico Corrao e ridare la speranza era fondamentale per resistere.
La narrazione di Andrea Repetto è lineare e continua nel suo percorso, in una condi-visione armonica di strutture abitative e urbanistiche, vedute larghe e raffronti simmetrici, il suo sguardo diviene il nostro sguardo, rendendoci così, protagonisti della storia che ci sta narrando. E’ la storia di una città nella quale le imponenti architetture, perfettamente integrate nel contesto urbano, mostrano fieramente il loro animo resiliente e rendendo Gibellina cosi unica ed eclettica.
Ogni scultura – architettura è la testimonianza della nuova Gibellina che vuole ricominciare a vivere e rinascere dopo la tragedia vissuta.
Ogni artista chiamato da Ludovico Corrao, progetta edifici, sculture, costruzioni ed opere come fiori dell’arte e della cultura nel deserto del terremoto, del destino dell’oblio come li definì lo stesso Corrao.
E così Melotti dà vita ad una melodia gioiosa nel suo Contrappunto, la torre civica di Alessandro Mendini, al segnar dell’ora emette, invece, il suono di canti e voci popolari siciliani.

Ci troviamo a percorrere le strade della chiesa Madre dalla forma sferica, progettata da Ludovico Quaroni, e nei dettagli mostrataci da Repetto, che rompe la staticità classica della struttura e ne conferisce un valore sacro e spirituale, centrale nella vita degli abitanti di Gibellina. Osserviamo l’Aratro di Arnaldo Pomodoro che omaggia la vita rurale, principale attività nella terra siciliana, per non dimenticare il valore e l’importanza della terra, quella stessa terra che una notte di gennaio nel 1968 scosse la vita di tutti gli abitanti di Gibellina.
Anche le palme svolgono un ruolo primario nella terra siciliana e riprese dal fotografo come spesso elementi di connessione fra le abitazioni e le nuove architetture.
Le palme, piante di cui tanto parlò Ludovico Corrao, sono segno della bellezza di Dio…, rimando al mondo islamico,….una stazione di sosta, un topos dell’anima, un punto di approdo e di partenza del cammino degli uomini..un simbolo di perfezionamento spirituale, ..un miraggio, ..un miracolo..un posto segreto a cui si accede attraverso il deserto […].
Un deserto creato dalle macerie e dall’incomprensione della politica che non condivise l’idea di Corrao e l’importanza di seminare fiori della cultura, …perché germogli una civiltà nuova aperta al mondo contemporaneo, a tal punto da vietare l’utilizzo di piccoli fondi per l’edilizia pubblica per la realizzazione di opere d’arte, negando il diritto alla cultura. Un destino inesorabile che purtroppo con fatica, ancora oggi, la cultura si trova ad affrontare per contrastare la desertificazione della memoria e identità del patrimonio storico artistico nazionale.
Una città si ricostruisce negli anni, nei secoli affermava Corrao che fino a pochi giorni prima della sua morte si augurava il completamento del Cretto di Burri e una continuità di sviluppo e cambiamento per la città di Gibellina che affidava alle future generazioni. Un lascito morale per la sua continua rinascita.
E’ la storia di una battaglia vinta dal legame fra il popolo e la cultura, ma una lotta ancora oggi, da portare avanti, nella speranza di non cadere nel tragico destino dell’oblio, come per l’attesa del restauro del Cretto, che ripercorre l’assetto viario della città vecchia e versa in stato di abbandono o la tutela, la valorizzazione e la manutenzione di tutte le architetture di Gibellina, non più nuova.
All’appello di Corrao, sostenuto da Leonardo Sciascia, risposero molti uomini di cultura e artisti come Carlo Levi, Ignazio Buttitta, Arnaldo Pomodoro, Carla Accardi, Joseph Beuys e tanti altri e vien da chiedersi se non sia il caso di interpellare nuovamente una coscienza culturale intellettuale italiana verso la quale Repetto, attraverso la sua lettura fotografica, si fa nuovo promotore.
Ogni fotografia si manifesta come un ulteriore appello, per non dimenticare e far si che quell’utopia torni ad essere concreta.
Non solo una Gibellina resiliente dunque nella fotografia di Andrea Repetto, ma l’auspicio di una mentalità resiliente, pronta a rinnovarsi continuamente, al rialzarsi dopo le cadute e alla ricostruzione dopo la distruzione, riprendendo i temi che furono cari a Ludovico Corrao.
E’ un dialogo attuale fra artisti quello tra il fotografo e le sculture di Gibellina che punta l’accento sul lascito di un grande patrimonio culturale e mantenendo vivo il dibattito dell’eredità formativa e intellettuale che ne deriva.
Una lettura profonda, quella di Andrea Repetto, che mostra di aver compreso nell’intimità la sicilianitudine di cui parlavano Sciascia e Corrao, un popolo complesso, poliedrico, per sua natura ricco di una cultura millenaria, che vive il dramma tra la certezza di una prosperità che esistette già e che potrebbe ancora esistere per quanto di potenziale ricchezza egli ebbe da Dio e la continua constatazione di un destino di avvilente miseria a cui l’hanno legato le dominazioni, [..] capace di reagire ai grandi movimenti ma dalla mentalità chiusa nel suo essere territorialmente limitata.
Un popolo che porterà sempre con sé la sua sicilianitudine anche lontano dalla sua terra, nel bene e nel male.

Giorgia Salerno

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Fondazione Istituto di Alta Cultura Orestiadi
Baglio di Stefano, Contrada Salinella
91024 Gibellina (TP)
http://www.fondazioneorestiadi.it/

questo progetto è stato realizzato in collaborazione con il Movimento di Resilienza Italiana
http://resilienzaitaliana.org/

L’ESSENZA DELLA NATURA – Marco Milillo – Supernatural

Il ritratto è probabilmente il genere più affrontato da quando esiste la fotografia, spesso con motivazioni e finalità differenti. In alcuni casi la figura umana diventa addirittura soggetto principale nella fotografia di paesaggio, ma non sono molti quelli in cui proprio la presenza, il corpo, nella fattispecie la bellezza, è indispensabile per raccontare un luogo, per dare vitalità alla materia, alle cose, per creare una sorta di movimento all’interno di uno spazio apparentemente immobile.

Non ho alcun tentennamento nell’affermare che Marco Milillo è uno dei miei autori contemporanei preferiti all’interno di  quella che, un po’ brutalmente, definisco fotografia figurativa.

Nei suoi lavori egli affronta con grande passione e metodo il tema della bellezza femminile, mettendolo in relazione proprio con la materia dei luoghi, senza però ricorrere al confronto o al contrasto tra gli elementi. Si concentra invece sull’essenza e sulla sua possibile interpretazione: il risultato sono immagini di grande impatto visivo, il cui scopo non è quello di creare meraviglia o stupore nell’osservatore, ma piuttosto stimolarne la fantasia di lettura.

L’ambientazione, sempre reale, è spesso caratterizzata da segni tracciati dal tempo più che dalla mano dell’uomo, questa è una delle componenti fondamentali della sua fotografia, che lo ha visto in diverse occasioni interessarsi a personali rappresentazioni del paesaggio.

In questo specifico progetto, Milillo inserisce ulteriori importanti elementi, le sensazioni date dall’ambiente naturale in cui si svolgono le scene: luce-ombra-caldo-freddo qui diventano il terzo soggetto, supportato chiaramente dalle caratteristiche morfologiche del sito, dalla rapidità con cui cambiano le condizioni percettibili dai nostri sensi, dagli eventi esterni che rendono assolutamente irripetibile ogni istante, quindi ogni immagine.

Quale contesto migliore di un posto di così grande sensazione per dare vita al racconto che Marco ci propone in questa occasione?

La bellezza, il corpo con i suoi movimenti leggeri, una possibile “sintesi” della natura che incontra e va a completare un’altra natura, opposta, forte, aspra… a tratti urlante, che è agli antipodi di un paesaggio estetico convenzionale. Da questo  collegamento emerge una lettura comunque garbata ed appassionante, mai drammatica e questo grazie alla sua capacità di sfruttare la luce, sebbene mutevole, a vantaggio della propria intenzione.

Se Marco mi avesse parlato di questo progetto, di quella che è stata la sua idea originaria, senza mostrarmi alcuna fotografia, non avrei potuto immaginare altra protagonista se non proprio Hedy Nerito, con la sua grande abilità nel “danzare all’interno dell’inquadratura”.

Andrea Repetto

© marco  milillo - all rights reserved

© marco milillo – all rights reserved

SUPERNATURAL esposizione fotografica di Marco Milillo – Officina delle Zattere, Dorsoduro – Venezia, dal 5 al 30 novembre 2013

http://www.marcomilillo.com/supernatural 

Carlo Pesce: “le vernici di andrea repetto”

Andrea Repetto è autore di numerose ricerche fotografiche, ricerche che spaziano, riprendendo i termini di una sorta di catalogazione operata dalla critica Charlotte Cotton, dall’”impassibilità” – foto estremamente oggettive e ricche di dettagli – al “c’era una volta”, in cui l’autore si sofferma su particolari di paesaggio o di vita, ormai totalmente modificati.

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Il progetto “Vernice Fresca” potrebbe rientrare in un altro campo d’azione, quello che documenta l’intimità delle persone. Credo che però in questa serie ci sia qualcosa di più, perché Repetto fa anche un discorso di metafotografia, in cui la fotografia, in quanto elemento di esibizione estetica, “cita” se stessa. Infatti, come si capirà meglio, egli documenta ciò che avviene nel momento in cui si inaugura una mostra d’arte. Repetto però limita la scelta delle esibizioni da fotografare, comportandosi come un flâneur all’interno di uno spazio espositivo nel quale vi è qualcuno (artista, curatore, gallerista) con il quale intrattiene un rapporto personale.
Le persone fotografate vengono colte nella loro intimità di osservatori, in una miriade di situazioni differenti, dalla conversazione che si staglia su un fondale di opere esposte, al ritratto pensoso o perplesso di uno dei tanti personaggi che si muovono sul quel determinato set.

L’indagine, dunque, vuole documentare una specie di drammatizzazione dell’evento , facendo emergere alcuni ricordi condivisi di un momento che si caratterizza per la sua unicità. In questo modo Repetto propone delle dinamiche che talvolta sottolineano un’abitudine, un ruolo che per certe persone, in quel tipo di evento, appaiono scontati. Le connessioni tra i soggetti diventano evidenti all’interno di una documentazione di uno stile di vita, di una consapevolezza. Sono immagini che creano delle sequenze narrative basate su azioni, o meglio, su una grande azione per la quale esiste un canovaccio che difficilmente lascia spazio all’improvvisazione. Cercare di comprendere ciò che avviene in quei frangenti è la base del progetto di Repetto, al quale si aggiungono elementi accessori, prettamente estetici, che però denotano la volontà di eseminare in maniera più critica la realtà di uno di questi avvenimenti.

Carlo Pesce

 

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http://carlopescecriticarte.blogspot.it/

Acqui Terme, ritratti per Gabriele Basilico

In una ipotetica antologia di racconti legati alla fotografia, non possiamo certo dimenticare quello che Gabriele Basilico (1944 – 2013) fece in più occasioni, affascinando come sempre chi lo ascoltava, a proposito di “Milano, ritratti di fabbriche”, la sua prima importante ricerca sul paesaggio architettonico, risalente al 1978.

Protagonista è la luce, il cielo limpido e terso che, nei giorni di Pasqua di quell’anno definisce una “nuova” leggibilità degli elementi e diventa il motivo portante del progetto.

Avevo in mente di ricordarlo proprio in questi giorni, magari con una immagine “industriale”, una sorta di dedica proprio a “Milano, ritratti di fabbriche”… ma è successo un fatto, atmosferico: nella giornata di Pasqua la luce poteva essere simile proprio a quella del ’78 ed ho preferito, invece, orientarmi su un ricordo più personale.

Nel 2006 la Camera di Commercio di Alessandria promosse la pubblicazione del volume fotografico “a+ D’AUTORE” affidando a 15 fotografi, tra cui il sottoscritto, il compito di rappresentare aspetti del territorio provinciale, territorio che Basilico percorse fotografando le città.

Nel pomeriggio di una domenica autunnale, grigia, umida, in Piazza dell’Addolorata ad Acqui Terme, tra la gente, scorsi un signore di spalle, con il piumino nero a cui era appoggiato il cavalletto e sopra una Silvestri 6×7 …”Gabriele!!!” chiamai a voce alta, lui si voltò e seguì una breve e piacevole conversazione.

Ed è a questo ricordo che voglio dedicare la mia modesta rivisitazione di quelle che furono le sue inquadrature, così come vennero pubblicate in quel volume, realizzate in una giornata che, mi piace immaginare, potesse avere qualcosa in comune con la Pasqua di 35 anni fa.

“Il vento, quasi assecondando una tradizione letteraria, sollevava la polvere, metteva in agitazione le strade, puliva gli spazi fermi, ridonando plasticità agli edifici, rendendo più profonde le prospettive delle strade… per la prima volta ho visto le strade e, con loro, le facciate delle fabbriche stagliarsi nitide, nette e isolate su un cielo inaspettatamente blu intenso… anche l’ombra diventava un elemento compositivo”
(G.B.)